spettacolo in cinque carte dagli Arcani Maggiori dei Taroccchi

corpo e voce Anna Benato, Nicola Castelli, Nicolas Ceruti, Mara Marini.
occhio destro Riccardo Sala.
occhio sinistro Cristiano Sormani Valli.
sogno e parole Cristiano Sormani Valli.
suono neuroplastyk
produzione ILINX

Le chiavi: lavoro sulla comicità, sulla tragedia. Sulla realtà e sul sogno.
L’intero spettacolo è basato su queste polarità e si sviluppa dunque nell’alternanza. Alternanza, prima di tutto, fra il registro drammatico dei cinque Atti unici (ispirati a cinque figure degli Arcani Maggiori dei Tarocchi), e quello comico-clownesco delle sequenze denominate Smontini (montaggio e smontaggio delle scene-atti). A quest’altalena si aggiunge un’ulteriore gioco di opposti: il passaggio-coesistenza fra dimensione reale (caratterizzata dal dialogo e da una messinscena cromaticamente quotidiana) e dimensione onirica (giocata al contrario sulla parola poetica, sul monologo e s’una messinscena illuminotecnica straniante, ellittica, extrabituale).
Nella parte degli Smontini giochiamo al teatro nel teatro, usandoli (i due smontini-maschere) come veri e propri tecnici-servi di scena, faccia comica dello spettacolo e possibili incarnazioni dello spettatore. In uno stupido gioco di valori la parte degli Smontini è quella “bassa”.
I cinque atti-Tarocchi, ovvero: L’impiccato, La giustizia, La luna, La morte e Il mondo sono invece il volto “drammatico” e “alto” del testo. S’assiste al dipanarsi di quadri tragici e grotteschi che cercano di coniugare/intrecciare la sfera del reale, che continuamente sperimentiamo, a quella del sogno, che in egual misura facciamo nostra e che ci permette il mondo così come lo viviamo.
Alternanza di ritmo, quindi, scatola nella scatola nella scatola. Ed il tutto volutamente accennato (cercando nel cenno la pienezza).
In più: gli Arcani Maggiori (detti anche Le chiavi) come simbolo-archetipo con il quale confrontarsi e come pretesto per un’indagine che nasca dall’incontro-impatto con qualcosa di “forte”, che possa colpire e far vibrare alcune delle corde che ci appartengono.

Le chiavi si muove verso un difficile arrivo: coniugare alla maniera dei “grandi” l’alto e il basso. In rapporto alchemico e difficilmente separabile. Usare il basso per l’alto e viceversa. Sporcare la luce d’ombra e l’ombra di luce. Come il gioco del tai chi taoista, che è coppia di opposti compenetrati.
Per questo lo strascico poetico del sogno come bava di lumaca che entra nella vita quotidiana. Per questo il teatro nel teatro e la comicità.

Uno spettacolo per tutti e di tutti, dove la difficoltà rimanga, però. Non un teatro “facile” (e poi cosa vuol dire?) Ma un teatro popolare, dove la persona si veda costretta a tendere un po’ in più le orecchie, ad aprire la botola. A diventare creatrice a propria volta di possibili significati.
Ed in più: finestra aperta sul sogno che si fa monologo o dialogo poetico. Finestra dalla realtà o nella realtà delle cose che, aprendosi, ci mostra una parte. Mostra altro da quello che realmente, normalmente, è. Che ci riempie lo spazio fra le frasi logiche ed i “ciò che mi aspetto” dell’abitudine.
Quindi un spettacolo per persone scalze.
Un teatro senza scarpe per chi non ha paura dei ciotoli, vetri, dei fiori, del prato che tangibilmente la pianta dei piedi ci trasmette.
Teatro per coraggiosi.
Di domanda, per chi vede, per chi si preoccupa di mostrare.
Il solito gioco molto serio.
Azzardo che ci rende inquieti ma liberi.
Liberi, almeno un po’.
Teatro per generosità.
Un tentativo, ancora.

Che ci sia equilibrio, nel reale il centro del mistero. Il mistero si rappresenta reale.
Che ci sia sogno nel sogno che sogniamo.
Ad incastro come lo è il pensiero mentre lottiamo.
Intangibile respiro.
Respiro da contare.

Legare il mythos al quotidiano facendolo “altro da sé” con corpi talmente mondiali da renderli mai nati mai morti ma per sempre presenti. Per questo non cronaca ma piccoli lampi su mondi nostri eppure “sfalenati”, lontani da noi. Aperture poetiche nel “quotidiano” che aiutano ad entrare in un mondo altro, dove il sogno è in rapporto equivalente ed in equilibrio con l’altro sogno, che ogni giorno ad occhi aperti sogniamo e che chiamiamo realtà.
Portare questa maya (illusione, il gioco del dio che si fa molteplice) in teatro rendendola ancora più sogno per svelarne i contorni, mischiando la visione che del mondo ha la mente ai prodotti della mente che originano il mondo.
Realtà che ha in sé la parte eterna. Così come l’osservazione del respiro per un buddista zen può evocare il satori, così il respiro del reale può disvelare il senzanome che dietro (o in esso) si nasconde.
In piccolo quel grande che a volte si avverte. Spazzando via la rigida dicotomia.

Una risata, un pianto sono sempre gli stessi.
(noi così diversi, noi così sempre uguali)
la finzione.
Ma è utile che ti parliamo di ciò che in noi provoca pianto o riso di modo che sia sincero e tu sappia o non sappia mai. Ma veda, senta e annusi.
Cercando tutta in blocco la grande bestia che ci sta attorno, che è in noi.
Sperando dall’io un tutti.
ringraziando.
benedicendo.
provando.
nella libertà di accendere candele.

Consegnare, allo spettatore una carta-tarocco come piccolo quaderno di scena. Ognuno a caso, riceve la propria Chiave: la giustizia, la morte, l’impiccato, la luna o il mondo…

Semi pietre fuoco acqua
la potenza di una piccola parte
la voce
un dito
una mano
un piede
nell’incavo del braccio

Teatro degli opposti che si confondono nell’unica gran voce del mondo. Fra comico e tragedia, perché questo ci portiamo appresso. Uomo e donna. Accompagnati da Apollo ed Ermes.
Della stessa emozione d’un concerto, della stessa sostanza inconsistente della musica e del sogno; tangibile in corpi, voci e rito e rappresentazione. Congiuntura, filo sottile fra ciò ch’è sempre stato e ciò che sarà e che s’incontra adesso.
Teatro di viandanti, ciechi. Teatro del terzo cielo che cerchiamo.
Non giorno, non notte.

Poetica dell’accenno, del mistero, dell’enigma.

L’idea, il caso. Come ogni giorno. Come ogni giorno.

Luci gialle rosse blu arancioni grigie teli veli neon.

Speranze.