Regia: Nicolas Ceruti
Dramaturg: Amanda Spernicelli
Con: Mariarosa Criniti, Giulia Lombezzi, Luca Marchiori
Produzione: ilinx, Residenza Teatrale ILINXARIUM,
Con il sostegno di “Next 2012 Laboratorio per la produzione e la distribuzione dello spettacolo dal vivo in Lombardia”
In residenza: Residenza Teatrale Montebrianza, Resdienza Teatrale ILINXARIUM

“non sono niente. non sarò mai niente. non posso volere d’esser niente. A parte questo, ho in me tutti i sogni del mondo”.
dal “Libro delle Inquietudini” di Bernardo Soares/Fernando Pessoa

Chi siamo? L’identità di chi e che cosa? Le persone cercano l’identità in ciò che fanno per poi dare sostanza a ciò che sono. Vogliamo scandagliare il tema dell’identità, legato a quello della precarietà.
Cambiamo il nostro essere con la stessa velocità e leggerezza con cui ci cambiamo d’abito, ma dove finisce quest’abito -identità? Rimane forse smarrito in una di quelle strade che percorriamo per riscoprirci?
Tre attori si muovono sulla scena, seguendo un immaginario reticolo che li costringe a cambiare continuamente direzione. Si trasformano di volta in volta e con loro si trasforma la scena.
In tutto questa confusione c’è chi sceglie un modo tutto suo di ribellarsi.
E’ il caso dell’Hikikomori, termine che significa appunto restare in disparte, isolarsi. Il personaggio dell’Hikikomori sarà il filo rosso che ci conduce attraverso le diverse scene. Un personaggio che osserva il mondo da fuori, il cui unico contatto con esso avviene attraverso il computer. Figlio di un padre assente e una madre sola, che fa da mediatrice tra i due.
Come l’Hikikomori, anche lo spettatore vede tutto attraverso una rete.
La rete collega e crea relazioni, ma allo stesso tempo distanza e filtra ciò che vediamo. Pian piano la rete verrà ricoperta da fogli di giornale.
Inondati di notizie, di urla, di rumore; come possiamo anche solo per un attimo fermarci ad ascoltare, ad ascoltarci?
Fin dall’inizio chi guarda si trova davanti personaggi dall’identità così fragile da poter essere messa in discussione anche solo cambiando il nome o le scarpe. Esseri cui persino un computer, oggetto inanimato, può generare dubbi sul proprio io, reale o informatico che sia.
E mentre i giornali chiudono sempre di più la visuale di chi osserva, si staglia sulla scena l’immagine di una foto di una famiglia che sembra pian piano sgretolarsi, dove nessuno più si ascolta e le parole di tutti i giorni si trasformano in incubi di solitudine. Figure che corrono, mentre le parole raccontano di corpi spezzati da una società che ci considera come pupazzi componibili, dimenticandosi della nostra interezza e condannando la nostra imperfezione.
I fogli di giornale ormai ricoprono l’intera rete, rimane solo uno spiraglio: un’apertura nella stanzetta del nostro Hikikomori, circondato dai propri oggetti, mimetizzato con essi.
Una perdita totale dei confini, in cui la parola diventa onomatopea. Andare sempre più verso se stessi e non trovare nessuno.
Ma quando anche la luce dell’Hikikomori si spegne, una voce, la voce della madre, torna a risuonare attraverso una domanda: mi senti?
Con questa domanda vogliamo lasciare lo spettatore.
Una volta che siamo rimasti soli col nostro vuoto, esiste ancora la speranza che qualcuno ci riconosca e ci chiami per ricordarci che da qualche parte, se pur recondita, esiste un senso?

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